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Un regalo

Quando giunge Natale lo scambio di doni è una tradizione: ci sono persone a cui facciamo un regalo perché lo desideriamo, altre a cui sentiamo di doverlo fare; nel migliore dei casi può essere quell’oggetto unico visto per caso mesi prima e ritrovato, in altri qualcosa di più conformista, o alla peggio un assortimento di cioccolatini dalla carta argentata.

E poi ci sono le persone a cui vorresti proprio fare un regalo ma non puoi  perchè non fanno parte della tua vita quotidiana, perché vi separano così tanti chilometri da perdere il conto, mille o diecimila non fa differenza.

Le persone a cui sei in qualche modo legata, magari tramite un social network, o una passione comune.

Le persone che ti fanno sorridere. Quelle con cui vorresti scherzare, seduti a pranzo o a cena, finchè il ristorante è vuoto e non te ne sei neppure accorto, perché il tempo è volato.

Quelle che ti riportano a un ricordo felice, spensierato. Quelle che ti hanno tante volte detto “buongiorno” o “buona serata”.

Che ti hanno regalato foto di mondi lontani che ti affascinano così tanto.

A loro vorrei fare gli auguri a modo mio ..vorrei regalare parole, non le mie, ma quelle bellissime che ho scelto nei libri. Regalare parole può sembrare facile, in realtà non è così. Bisognerebbe regalare più parole e meno oggetti forse.

Un dono è un dono, non chiede nulla in cambio. Il piacere consiste semplicemente nel farlo.

Ecco..felice Natale!

 

Quel che era azzurro è ora color lavanda, mentre il desiderio

piega a fisarmonica il pallore tratto dal mattino

in un fascio di palpiti–la stessa cosa che forse

sentono quei gabbiani volando nell’arco-

baleno che si vede nella pioggia. I nostri

silenzi gemelli c’infittiscono con raggi

di luce che si riversa. E’ bene tener

sempre bacchette di sandalo da

arcuare sotto gli occhi in un

flusso d’aria per scoprire

meglio il polso piegato

il dorso nudo

                           della mano                                                 (Tess Gallagher, viole nere)

 

“Passa nel soffio della brezza

Che per un momento l’ha alzata,

una vaga ansia di viaggiare

che mi ha coperto il cuore.

Sarà che nel suo movimento

La brezza ricorda la partenza,

o che la larghezza del vento

ricorda l’aria libera dell’andata?

Non so, ma all’improvviso

Sento la tristezza di essere

Il sogno triste che sta rasente

Tra sognare e sognare.”

(Fernando Pessoa, poesie )

“I casi più interessanti e singolari sono certo questi, in cui l’attrazione, l’affinità, l’abbandono e il congiungimento, si possono effettivamente rappresentare con uno schema a croce, quando quattro esseri appaiati a due a due, indotti al movimento, lasciano la primitiva unione e si riaccoppiano in modo diverso. In questo lasciare e prendere, fuggire e ricercarsi, sembra davvero di vedere una determinazione superiore: si dà atto a tali esseri di una sorta di volontà e capacità di scelta, e si trova del tutto legittimo un termine tecnico come affinità elettive”.

Wolfgang Goethe, Le affinità elettive

“Nel mio andarmene,

Nel tuo restare-

Due autunni”

(Shiki, Haiku)

“Il più bello dei mari

è quello che non navigammo.

Il più bello dei nostri figli

non è ancora cresciuto.

I più belli dei nostri giorni

non li abbiamo ancora vissuti.

E quello

che vorrei dirti di più bello

non te l’ho ancora detto.”

(Nazim Hikmet, poesie)

“Il cielo sulla montagna conservava tenacemente tracce del rosso tramonto. Si distinguevano ancora, chiare in distanza, alcune sagome frastagliate, ma il monotono paesaggio montagnoso, senza più colore, era sempre lo stesso per miglia e miglia, più che mai identico. Nulla colpiva lo sguardo, tutto pareva fluire in una grande, informe emozione. E questo certamente perchè la faccia della ragazza vi galleggiava sopra….Shimamura aveva l’illusione che il paesaggio notturno passasse effettivamente sopra quel volto, e il suo continuo fluire gl’impediva di constatare se fosse davvero così. …. Allora una luce brillò in quella faccia. Il riflesso nel vetro non era abbastanza forte da cancellare la luce esterna, nè la luce abbastana forte da cancellare il riflesso. La luce si muoveva attraverso la faccia, senza però illuminarla. Era una luce fredda, distante. Appena essa attraversò con il suo piccolo raggio la pupilla della ragazza, appena l’occhio e la luce si furono sovraposti l’uno sull’altra, l’occhio diventò una particella fosforescente, misteriosamente bella, sulla nera distesa delle montagne”

(Yasunari Kawabata, Il paese delle nevi)

“Se si usa la ragione, il carattere s’inasprisce, se si immergono i remi nel sentimento si è travolti. Se s’impone il proprio volere ci si sente a disagio. È comunque difficile vivere nel mondo degli uomini.
   Quando il malessere di abitarvi s’aggrava, si desidera traslocare in un luogo in cui la vita sia più facile. Quando s’intuisce che abitare è arduo, ovunque ci si trasferisca, inizia la poesia, nasce la pittura…

   Poiché è difficile vivere in un mondo da cui non si può evadere, si deve tentare di renderlo più accogliente così da poterci abitare meglio, sia pure per il breve tempo concesso all’effimera vita umana. Qui nasce la vocazione del poeta, qui il Cielo assegna al pittore la sua missione. Gli artisti sono preziosi, perché rasserenano questo mondo e arricchiscono il cuore degli uomini.
È la poesia, è la pittura a svellere da questo mondo le preoccupazioni che gravano sulla nostra vita, a proiettare davanti ai nostri occhi un mondo gradito…”

(Natsume Soseki, Guanciale d’erba)

 

 

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Dai tuoi occhi solamente

“Dai tuoi occhi solamente” è l’ultimo romanzo di Francesca Diotallevi edito da Neri Pozza.

Narra in modo romanzato la storia di Vivian Maier, fotografa statunitense, le cui opere hanno avuto successo postume: le sue centocinquantamila fotografie, scattate tra 1926 e la sua morte nel 2009, sono state trovate per caso nel 2007, quando un rigattiere John Maloof, ha acquistato un box ad un’asta fallimentare, e lì ha rinvenuto tutti gli oggetti della Maier.

Il romanzo narra il periodo in cui la Maier lavora come tata per una famiglia di New York, e alterna continui flashback all’infanzia della fotografa.

Il tono è tragico sebbene lo stile della scrittrice sia perfettamente calibrato. Vivian Maier viene descritta come una donna sofferente, che tiene le distanze da tutto e da tutti, dura, tagliente, difesa. E’con questo gioco di ritorni alla sua infanzia che si coglie la drammaticità della sua vita: una madre anaffettiva, continui e bruschi spostamenti, le molestie subite, il fratello in carcere..

A casa dei Warren dietro un’apparente felicità borghese, una bella moglie, un marito che scrive libri di successo, due bambini,   Vivian scorge un’estrema infelicità e solitudine, che provano i membri della famiglia, in particolare Frank Warren, l’unico che riesce in qualche modo ad avvicinare Vivian, a superare le sue barriere, qualcuna per lo meno. Non l’armatura che Vivian si porta con sé per tutta la vita e che la fa morire senza aver mai permesso al suo talento di essere conosciuto.

L’unica luce la sua arte, che la accompagna, “la salva” e la danna insieme..

Chiuse gli occhi , ispirando. Si sentiva altro da sé; una sconosciuta che attraversava pareti di specchi lasciandosi dietro null’altro che impressioni destinate a sgretolarsi come sabbia lambita dal vento. Lei non esisteva, non era mai esistita.. solo nello scatto viveva, diventava reale, per poi tornare a essere l’invisibile creatura a cui nessuno rivolgeva una seconda occhiata

Ogni tanto provava il desiderio di rivedere i propri scatti ma tutte le volte che aveva ceduto alla curiosità era rimasta delusa. Una volta scattate le fotografie smettevano di interessarle. .Dove finiva la magia che si consumava nel momento esatto dello scatto? Quell’attimo di tensione ed enfasi creativa era impossibile da trattenere. Lì per lì le pareva di aver afferrato una farfalla di rara bellezza, ma quando apriva le mani le trovava vuote. Restavano le persone, i loro sguardi, i loro sorrisi. Ma le sue emozioni? Quelle non rimanevano impresse da nessuna parte

 

Mia regina

Estate 1965, le montagne di una Provenza aspra e sperduta, la storia di un bambino speciale, Shell.

Questi gli ingredienti del romanzo di Jean Baptiste Andrea “Mia regina”, edito da   Einaudi.

Le cose più semplici erano un’impresa per me. In teoria avrebbero dovuto mettermi in un istituto speciale, ci avevano anche dato un opuscolo pieno di foto di bambini in corridoi spaziosi e con delle persone sorridenti che gli posavano la mano sulla spalla. Ma dalle nostre parti non esistevano scuole del genere e tutti se ne infischiavano e io per primo… Faticavo a ricordarmi le cose, o per lo meno quelle che contavano. Se mi avessero detto “un mese fa” o “tra dieci anni”non avrei saputo come situare quel tempo rispetto a ora, a questo momento, dove esistevo, dove piangevo se mi facevo un taglio, dove ero beato se una Carambar mi si attaccava ai denti”.

Shell ha smesso di andare a scuola e trascorre le giornate aiutando il padre nella stazione di servizio di famiglia.

Un giorno Shell sente che genitori discutono rispetto alla possibilità di inserirlo in un istituto, e allora decide di scappare sulle montagne e di andare in guerra, la guerra che ha visto in televisione, e che si immagina essere dopo le vette della sua valle.

Quello che Shell trova al di là delle vette però non è la guerra: è la solitudine, il contatto con la natura e Viviane.

Viviane gioca ad essere la sua regina, gli dice che vive in un mondo magico, ma che lui non deve cercarla mai, per nessun motivo, altrimenti l’incantesimo si spezzerebbe.

Nella realtà Viviane diventa veramente la sua regina, la sua compagna di giochi, l’amica, l’unico contatto con il mondo.

Quando Viviane scompare improvvisamente per Shell è la fine, si ammala, non sa reagire, viene salvato da un misterioso pastore del luogo.

E’ una storia a tinte fosche; dietro una scrittura poetica e ammiccante si intravede una realtà di un’infanzia maltrattata, ignorata, grandi traumi sia per Shell che per Viviane. Il finale non può che essere su questa scia…

Ma la storia è dolcissima.. “Mi sono riseduto e Viviane ha chiuso gli occhi. Era così bella che mi è venuta voglia di mettermi nei suoi panni per vedere come ci si sentiva a essere lei. Poi ho pensato che, se mi mettevo nei suoi panni, non avrei più potuto vederla, tranne allo specchio, e comunque sarebbe stato meglio se fosse stata lei a mettersi nei miei di panni. Non avrei più potuto vederla lo stesso, ma almeno avrei potuto portarla sempre con me”

Eleanor Oliphant sta benissimo

Ho letto tante opinioni divergenti su questo libro di Gail Honeyman, edito Garzanti: chi lo definisce entusiasmante; chi superficiale e deludente, chi un caso letterario di tendenza “up-lit”, ovvero un romanzo che fa stare meglio chi lo legge.

A me è sembrato uno splendido esempio di resilienza. Per resilienza si intende la “capacità di assorbire un urto senza rompersi”, di affrontare le difficoltà senza soccombere.

Non è facile scrivere di questi argomenti in modo “leggero”, la Honeyman ci riesce” bene, anzi benissimo”, come direbbe Eleanor. E’ superficiale in alcuni punti? Troppo ottimista e veloce in alcuni passaggi? Per fortuna, perché la sofferenza e le cicatrici vere si possono solo sfiorare, non si può andare a fondo senza riaprirle, ed un sorriso è la più efficace delle medicine.

A me, come avrete capito, è piaciuto moltissimo: io, che con la sofferenza ci lavoro, l’ho apprezzato molto, e lo consiglierei a chi è in difficoltà , alle mie colleghe, ai ragazzi a scuola, come un messaggio positivo e un augurio di amicizia. E’ l’amicizia, infatti, il motore trainante della storia-

Eleanor è una ragazza isolata con un passato misterioso e feroce che le ha lasciato un’indelebile cicatrice sul volto, è sola, non ha emozioni

Sono sempre stata orgogliosa di cavarmela da sola nella vita. Sono l’unica sopravvissuta sono Eleanor Oliphant. Non ho bisogno di nessun altro; non c’è una grande voragine nella mia esistenza, nel mio puzzle privato non manca alcun tassello. Sono un’entità autosufficiente. O almeno è quello che mi son sempre detta

Nel dipanarsi della storia Eleanor fa amicizia con un collega e questo legame la fa uscire di casa, le permette di vedere altri mondi possibili, le fa assaporare il calore di piatti genuini, di famiglia, di una stretta di mano. E poi Eleanor non sta sempre bene, e neppure benissimo, sta male nel vero senso della parola, e anche qui è l’amicizia con Raymond che la salva:Raymond e la sua capacità di resilienza. E la solitudine che ha fine..

Alla gente non piacciono questi fatti, ma non so cosa farci. Se qualcuno ti chiede come stai, sia aspetta che tu risponda BENE. Non devi dire che la sera prima ti sei addormentata piangendo perché erano due giorni di fila che non parlavi con un’altra persona. Devi dire: BENE”

Il finale è un po’ inaspettato per cui…buona lettura!

Mancarsi

Quando un libro ti gira per la testa…per me in questo momento è “Mancarsi” di Diego De Silva, edito Einaudi. Tralasciando il gradimento personale per questo scrittore, che mi piace sempre leggere perché trovo ironico, divertente e acuto, e la simpatia smisurata per il suo personaggio più famoso, l’avvocato Malinconico, questo è un breve racconto che secondo me in qualche modo ci riguarda e investe un po’ tutti.

E’ la storia a due voci di Nicola e Irene, che non si conoscono, fanno due vite completamente separate, ma frequentano lo stesso bistrot, e le loro esistenze si sfiorano.

Irene viene descritta come una donna seducente, determinata, che ha lasciato il marito quando ha capito di non amarlo più; Nicola è rimasto vedovo e prova a ricostruirsi una vita. Scorrendo le pagine, ai lettori viene il dubbio che i due protagonisti sarebbero   perfetti l’uno per l’altra se s’incontrassero.

La mancanza che ci racconta De Silva, non è quella classicamente intesa, ovvero la mancanza di qualcosa che si conosce, che si è posseduto e si è perso, è il “mancarsi”, il non congiungersi, le traiettorie di vita che scorrono parallelamente senza mai incontrarsi, o meglio arrivano sfiorarsi, forse, e poi riprendono il loro corso.

“Forse” perché il finale del libro è aperto, a un certo punto Nicola si gira nel solito bar e la vede… Chi vede? Irene? Potrebbe essere lei, come no. Potrebbero vedersi, piacersi, oppure nulla di tutto questo, lasciarsi indifferenti, trovarsi detestabili, diventare amici. Non lo sappiamo.

Nel libro come nella vita si corre in parallelo, ci si manca, ci si sfiora, ci si incontra una volta, forse, e poi si segue il proprio corso.

C’è una canzone di De Andrè, “le passanti”,  che a tratti riprende questo “mancarsi”, persone che si incontrano e che per un attimo colpiscono, e poi riprendono la loro strada “Immagini care per qualche istante, sarete presto una folla distante ,scavalcate da un ricordo più vicino, per poco che la felicità ritorni, è molto raro che ci si ricordi, degli episodi del cammino

Il romanzo è un disequilibrio di rincorse, di assenze, di non detti, di coincidenze, di vite ordinate e piccole ombre:

E il peggio che ti può capitare, quando ti abitui a vivere in un mondo ridotto a una persona soltanto, è di pensare di avere abbastanza mondo per essere felice, addirittura diventarlo, e così raccontarti che nel resto del mondo, tutto quell’altro mondo che non è lei, non vuoi neanche più andarci; infatti non ci vai, e dopo un po’ ti senti persino fiero di aver smesso di frequentarlo, quel mondo così vasto, anche se poi quando viene a girare dalle tue parti, o lo vedi dalla finestra, ti sale un po’ di magone, e te ne torni dentro mordendoti le labbra”.

Finale aperto: che ne dite di Irene e Nicola? Si saranno incontrati almeno una volta? O due?

Ogni coincidenza ha un’anima

Mi chiamo Vince Corso. Ho quarantacinque anni, sono orfano e per campare prescrivo libri alla gente. Da sei mesi vivo in questo vecchio lavatoio ristrutturato di via Merulana, con un contratto di locazione a uso transitorio. Frequento solo botteghe di libri usati, non termino più le partite a scacchi che comincio e quando mi va ascolto Gian Maria Testa o una vecchia canzone di Juliette Grèco. Qualche volta vado a letto con un’amica, ma sono già passati un autunno e un inverno da quando ho smesso di credere   all’amore. Mantengo però una vecchia abitudine : tutti i giorni esco con Django, il mio cane muto, per spedire una cartolina a mio padre, al solo indirizzo dove so che, almeno per una notte, ha dormito”.

Magistralmente Stassi nelle prime righe riesce a fornire un quadro vivido del protagonista, Vince Corso, che è un biblioterapeuta, ovvero un professionista che cura le persone con i libri: ascolta i suoi clienti e poi prescrive loro una lettura.

Un giorno si presenta nel suo studio una donna sessantenne benestante che gli chiede aiuto per risolvere un enigma: il fratello malato di Alzheimer, e ricoverato in un centro apposito, dice frasi sconnesse e senza alcun legame, che a suo parere appartengono a un libro, e vorrebbe sapere quale per leggerglielo.

Vince non accetta formalmente l’incarico, sospettoso rispetto al mandato e alle motivazioni che muovono tale indagine, ma irresistibilmente si sente legato a questa storia, rispetto alla quale inizia a cercare: conosce l’anziano malato, visita la sua casa, si addentra nei misteri della famiglia, scoprendo che quello che muove i familiari è la ricerca di un’eredità, ma questo tesoro, che Vince trova ma non consegna ai parenti, non è quello che ci si potrebbe aspettare.

La storia procede a tratti lentamente, e a tratti più spedito, seguendo l’andatura di Vince in una Roma decadente, razzista, ma anche affascinante e ammalliante.

La scrittura di Stassi è erudita, la storia è ben costruita, e alterna pause a momenti in cui le ricerche si susseguono. Per un motivo che faccio fatica a spiegare mi ha ricordato a tratti l’atmosfera del film di Sorrentino “la migliore offerta” : forse per la miscela di tristezza e mistero..

Vorrei trascrivervi la citazione che più mi ha colpito ma temo che svelerebbe il finale del libro per cui vi lascio solo una domanda: “è stato il destinatario segreto e l’ombra di tutte le mie letture. Crede che si possa vivere qualcosa di più intimo?”

I dieci amori di Nishino

Leggo Kawakami Hiromi da diversi anni e apprezzo moltissimo il suo stile prettamente “giapponese”, ovvero composto, evocativo e poetico.

Se qualcuno mi chiedesse di consigliargli un libro di uno scrittore giapponese moderno, sceglierei senza dubbio “la cartella del professore”, che è una storia di una delicatezza incredibile, che, dal mio punto di vista, vince persino sui migliori di Murakami.

Segue la pubblicazione di   “Le donne del signor Nakano” , sempre edito da Einaudi, ed in ultimo “dieci amori di Nishino”

Si tratta di una lettura scorrevole, che si può tranquillamente affiancare ad altre. Il libro è composto dalle testimonianze delle donne che hanno conosciuto e amato Nishino in diversi momenti della loro vita: una ragazza che frequenta le scuole medie, una collega, una vicina di casa, una donna matura, una ragazza giovane, un’ex fidanzata…

Ciò che unisce tutti questi miniracconti, scritti con stili e tagli diversi, è l’enigmatica figura di Nishino, descritto come un uomo attraente, che sa sedurre le donne, ma che non riesce a superare la distanza emotiva, e ad innamorarsi.

Volevo fuggire lontana da lui al più presto. Questo speravo nel profondo del cuore. Non capivo davvero, neanche in quel momento, cosa suscitasse in me quel senso di disagio nei suoi confronti. Però sapevo che c’era innegabilmente. Quel freddo e terribile disagio che non sarei riuscita a dominare per quanti sforzi avessi fatto. Fuggire. Solo a questo pensavo. Come una volta avevo pensato: lo voglio amare”.

Nell’intreccio narrativo   torna spesso il dubbio su ciò che nasconde l’atteggiamento di Nishino, sul suo disagio, che viene svelato brevemente alla fine del libro: la sensazione è quella di quando si spegne una fiamma con le dita…

.. “il termometro taglia l’aria con sibilo. Ogni volta che sento quel sibilo, non posso fare a meno di pensare alla vita d Nishino.

Sarà riuscito a incontrare di nuovo sua sorella e la figlia? Sarà riuscito a capire cosa c’è al di là del cosmo che si espande? Sarà riuscito ad amare qualcuno nella vita? In questo mondo che non ha tregua avrà trovato il suo posto?”

La bellezza rubata

“La bellezza rubata” di Laurie Lico Albanese, edito Einaudi, è un romanzo a due voci: una è quella di Adele Bloch Bauer, ricca e intelligente dama viennese, musa di alcuni tra i più famosi capolavori di Gustav Klimt, l’altra   è quella della nipote, Maria Altmann, scampata alle persecuzioni naziste, depredata del proprio patrimonio dai tedeschi, che, terminata la guerra, porta avanti una  battaglia per riappropriarsi dei ritratti della zia.

Il romanzo affonda le proprie radici in una storia vera: i dipinti al centro della vicenda sono “ ritratto di Adele Bloch Bauer” e “ Giuditta” di Gustave Klimt. La storia della Altmann è rappresentata anche   dal film “ Woman in gold” diretto da Simon Curtis.

Le storie di Adele e Maria si intrecciano a capitoli alternati in un gioco di continui flash back.

Adele è una donna anticonformista, che vuole studiare ciò che studiano gli uomini, come l’anatomia, al cui apprendimento l’ha introdotta il fratello maggiore prima di morire. In una società tradizionalista come quella viennese di inizio secolo il mezzo attraverso il quale Adele può studiare, dedicarsi alla cultura, al sapere e alla bellezza, è un matrimonio con un ricchissimo borghese, un matrimonio che le garantisce la libertà intellettuale, ma le toglie la possibilità di vivere un vero amore. “Avevo trovato un uomo all’altezza e rispettato, con cui avrei messo su famiglia . Un uomo che aveva le chiavi di tutte le porte e di tutti i libri che intendevo aprire. Credevo -o almeno lo speravo – che il futuro mi riservasse solo cose buone….Per un raro istante rimasi senza parole. Ero anche straordinariamente eccitata“.

La sua vita viene stravolta all’incontro con  con Gustave Klimt, con cui conosce la passione e  crea una realtà di sogno , di dipinto, magnifica e potente ma effimera.  ” … E lei sarà un’eroina – ripetè – Audace e bellissima. Ecco, dunque. Ero un’eroina, Ero audace e bellissima. Ero un’ebrea e come tale Klimt mi avrebbe ritratta.

Maria, poco dopo le nozze con il marito,   si trova in un vortice in cui in pochi giorni il proprio mondo s’infrange, le persone care vengono allontanate, i propri beni depredati dai nazisti, conosce le umiliazioni , le torture, la povertà e il sacrificio , fino alla fuga, al tentativo di ricostruirsi, ricostruire la propria famiglia, salvare il proprio matrimonio dai tradimenti del marito, ed infine salvare la propria storia portando a termine le volontà della zia Adele, riappropriandosi dei dipinti.

“..Salimmo una lunga scalinata per trovarci in una sala senza finestre, dove ci attendeva (il dipinto di) Adele…Non avevo pianto quando Fritz era stato portato via, non avevo pianto a Berlino, non avevo pianto quand’ ero scappata di casa, né quando ero partita da Liverpool e neanche quando i giornali mi avevano coperto d’insulti. Ma in quel momento piansi.”

Lo spirito di Gustave Klimt anima ogni sala, e gli occhi di Adele sembrano seguire ciascuno dei suoi ospiti. Quando si spengono le luci e dalle finestre splende la luna, i simboli d’oro e i quadri rossi sul ritratto prendono vita danzando, e le voci di ieri sembrano parlare sottovoce del mondo, che loro hanno reso moderno, un mondo quasi perduto. Vienna era nostra, dicono, e l’abbiamo amata con la stessa feroce passione con cui ci siamo amati a vicenda. Lì abbiamo trovato la verità nell’arte, ed è a voi che la lasciamo. Non sprecatela, Ricordate.”

Marie aspetta Marie

In un periodo in cui faccio fatica a scrivere per tanti e svariati motivi ci voleva qualcosa di speciale per risvegliarmi dal torpore: “Marie aspetta Marie” di Madeleine Bourdouxhe, edito Adelphi, non è soltanto il libro che ho amato di più nel 2018, ma svetta verso l’olimpo dei preferiti in assoluto. Dico “amato”proprio perché l’ho trovato soggettivamente bello, e questo rende più difficile una descrizione, ma ci proverò.

Innanzitutto ho adorato il personaggio della protagonista, Marie, una donna complessa e vera, intelligente, che ama il silenzio, che si prende i suoi spazi e che ha la dote eccezionale  di saper accogliere, “tenere insieme”. Non una donna che si frantuma per la passione come Anna Karenina, né un’insoddisfatta come Emma Bovarì.                                                                                                                                           Marie è una donna sposata , che ama suo marito, per quanto poco presente, che ad un tratto della sua vita incontra un giovane uomo, con il quale si accende una passione irresistibile. Non resistere, cedere ad essa, riconcilia Mariè con se stessa, con una parte di sè celata, che ha voglia di risplendere e che fa parte di lei. Per questo la passione non la fa a pezzi, la fa rinascere, la rende più completa, più bella.

Se le sue amiche fossero qui ora, se le chiedessero “a che pensi Marie?”…sorriderebbe, direbbe soltanto “lasciatemi in pace..dormo…” Avrebbe l’aria stanca, indifferente. Si volterebbe, dall’altra parte, ascolterebbe di nuovo il pulsare tumultuoso del suo sangue. Marie non ama niente, non aspetta niente? Marie ha il cuore gonfio di amore e Marie aspetta Marie”.

Marie ama il giovane incontrato al mare in un’estate in Costa Azzurra, ama il marito Jean e il suo egoismo, la sorella Claude così fragile, ma soprattutto ama la solitudine che le permette di essere libera, di godere del presente, di essere se stessa. Non vi sembra un bene così raro una solitudine come questa che lascia spazio al sè? In questo Madeleine Bourdhouxhe, nel 1940, affronta un tema in realtà attualissimo e ci presenta una Marie che afferma “ si vede solo ciò che si capisce, e si capisce solo ciò che si ama”.

Un’ultima citazione, di questo breve romanzo sublime:

Si coricò subito, si distese serenamente nel letto vuoto e freddo. Col pensiero vide un treno, lontano nella notte, in corsa verso un vasto paesaggio. Un uomo ancora molto giovane era sdraiato sul sedile di legno, felice che la sua giovinezza fosse portata verso una vita ignota..Vide anche un uomo, solo poco più adulto dell’altro, nella camera d’albergo di una città del Nord: allargava le braccia, il suo corpo si rilassava felice di avere un letto tutto per sé. ….Già l’alba illuminava Marie addormentata. Con il volto duro, il lungo corpo modellato dalle lenzuola, non somigliava a una donna che l’uomo avesse abbandonato. Sembrava piuttosto una figura antica e virile, una giovane dormiente, con il corpo appagato e il sonno popolato di grandi sogni guerreschi”

 

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