Quando giunge Natale lo scambio di doni è una tradizione: ci sono persone a cui facciamo un regalo perché lo desideriamo, altre a cui sentiamo di doverlo fare; nel migliore dei casi può essere quell’oggetto unico visto per caso mesi prima e ritrovato, in altri qualcosa di più conformista, o alla peggio un assortimento di cioccolatini dalla carta argentata.

E poi ci sono le persone a cui vorresti proprio fare un regalo ma non puoi  perchè non fanno parte della tua vita quotidiana, perché vi separano così tanti chilometri da perdere il conto, mille o diecimila non fa differenza.

Le persone a cui sei in qualche modo legata, magari tramite un social network, o una passione comune.

Le persone che ti fanno sorridere. Quelle con cui vorresti scherzare, seduti a pranzo o a cena, finchè il ristorante è vuoto e non te ne sei neppure accorto, perché il tempo è volato.

Quelle che ti riportano a un ricordo felice, spensierato. Quelle che ti hanno tante volte detto “buongiorno” o “buona serata”.

Che ti hanno regalato foto di mondi lontani che ti affascinano così tanto.

A loro vorrei fare gli auguri a modo mio ..vorrei regalare parole, non le mie, ma quelle bellissime che ho scelto nei libri. Regalare parole può sembrare facile, in realtà non è così. Bisognerebbe regalare più parole e meno oggetti forse.

Un dono è un dono, non chiede nulla in cambio. Il piacere consiste semplicemente nel farlo.

Ecco..felice Natale!

 

Quel che era azzurro è ora color lavanda, mentre il desiderio

piega a fisarmonica il pallore tratto dal mattino

in un fascio di palpiti–la stessa cosa che forse

sentono quei gabbiani volando nell’arco-

baleno che si vede nella pioggia. I nostri

silenzi gemelli c’infittiscono con raggi

di luce che si riversa. E’ bene tener

sempre bacchette di sandalo da

arcuare sotto gli occhi in un

flusso d’aria per scoprire

meglio il polso piegato

il dorso nudo

                           della mano                                                 (Tess Gallagher, viole nere)

 

“Passa nel soffio della brezza

Che per un momento l’ha alzata,

una vaga ansia di viaggiare

che mi ha coperto il cuore.

Sarà che nel suo movimento

La brezza ricorda la partenza,

o che la larghezza del vento

ricorda l’aria libera dell’andata?

Non so, ma all’improvviso

Sento la tristezza di essere

Il sogno triste che sta rasente

Tra sognare e sognare.”

(Fernando Pessoa, poesie )

“I casi più interessanti e singolari sono certo questi, in cui l’attrazione, l’affinità, l’abbandono e il congiungimento, si possono effettivamente rappresentare con uno schema a croce, quando quattro esseri appaiati a due a due, indotti al movimento, lasciano la primitiva unione e si riaccoppiano in modo diverso. In questo lasciare e prendere, fuggire e ricercarsi, sembra davvero di vedere una determinazione superiore: si dà atto a tali esseri di una sorta di volontà e capacità di scelta, e si trova del tutto legittimo un termine tecnico come affinità elettive”.

Wolfgang Goethe, Le affinità elettive

“Nel mio andarmene,

Nel tuo restare-

Due autunni”

(Shiki, Haiku)

“Il più bello dei mari

è quello che non navigammo.

Il più bello dei nostri figli

non è ancora cresciuto.

I più belli dei nostri giorni

non li abbiamo ancora vissuti.

E quello

che vorrei dirti di più bello

non te l’ho ancora detto.”

(Nazim Hikmet, poesie)

“Il cielo sulla montagna conservava tenacemente tracce del rosso tramonto. Si distinguevano ancora, chiare in distanza, alcune sagome frastagliate, ma il monotono paesaggio montagnoso, senza più colore, era sempre lo stesso per miglia e miglia, più che mai identico. Nulla colpiva lo sguardo, tutto pareva fluire in una grande, informe emozione. E questo certamente perchè la faccia della ragazza vi galleggiava sopra….Shimamura aveva l’illusione che il paesaggio notturno passasse effettivamente sopra quel volto, e il suo continuo fluire gl’impediva di constatare se fosse davvero così. …. Allora una luce brillò in quella faccia. Il riflesso nel vetro non era abbastanza forte da cancellare la luce esterna, nè la luce abbastana forte da cancellare il riflesso. La luce si muoveva attraverso la faccia, senza però illuminarla. Era una luce fredda, distante. Appena essa attraversò con il suo piccolo raggio la pupilla della ragazza, appena l’occhio e la luce si furono sovraposti l’uno sull’altra, l’occhio diventò una particella fosforescente, misteriosamente bella, sulla nera distesa delle montagne”

(Yasunari Kawabata, Il paese delle nevi)

“Se si usa la ragione, il carattere s’inasprisce, se si immergono i remi nel sentimento si è travolti. Se s’impone il proprio volere ci si sente a disagio. È comunque difficile vivere nel mondo degli uomini.
   Quando il malessere di abitarvi s’aggrava, si desidera traslocare in un luogo in cui la vita sia più facile. Quando s’intuisce che abitare è arduo, ovunque ci si trasferisca, inizia la poesia, nasce la pittura…

   Poiché è difficile vivere in un mondo da cui non si può evadere, si deve tentare di renderlo più accogliente così da poterci abitare meglio, sia pure per il breve tempo concesso all’effimera vita umana. Qui nasce la vocazione del poeta, qui il Cielo assegna al pittore la sua missione. Gli artisti sono preziosi, perché rasserenano questo mondo e arricchiscono il cuore degli uomini.
È la poesia, è la pittura a svellere da questo mondo le preoccupazioni che gravano sulla nostra vita, a proiettare davanti ai nostri occhi un mondo gradito…”

(Natsume Soseki, Guanciale d’erba)

 

 

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