Il cielo per ultimo

Quando è il momento di scrivere la recensione di un libro che ho amato mi viene un blocco, chiamiamolo il “blocco del recensore”, anzi meglio chiamiamolo “stupore”, oppure “commozione”, “meraviglia” .

E così ho aspettato il momento giusto e ho comprato dei tulipani, che sanno di primavera, e che sorridono quanto me pensando a “il cielo per ultimo” di Massimo Cecchini, edito da Bollati Boringhieri.

Come trasmettervi l’emozione di questo libro? Se avessi l’immaginazione del protagonista lo assocerei ad un dipinto e credo sarebbe “la Vie” di Chagall” per l’affastellarsi di buffi personaggi e per l’atmosfera  surreale. Se dovessi riassumerlo in una parola non potrei che sceglierne una di quelle di Pitore, il figlio di Cacio, e sarebbe “Fabado”, uno dei termini che esprimono meraviglia. Se potessi esprimere un desiderio sarebbe vivere ad Ardenza Mare, il luogo dov’è ambientata la storia..

Già la storia..eccola: Il protagonista si chiama Emilio Cacini, Cacio, basso e goffo, pelato e con gli occhiali,  ma con una vita interna irresistibile: “detesto essere al centro dell’attenzione…la mia è invece una vera e propria vocazione all’imbarazzo. Continuamente inciampo in momenti in cui divento tutto rosso. Magari non è così, ma questa è la sensazione.Immagino la mia faccia paonazza e l’imbarazzo aumenta. Allora abbasso lo sguardo e aspetto che passi. Potrei dire che la mia vita consiste in una serie ininterrotta di “attese che passi” e a questa condizione ci sono così avvezzo che mi dispiacerebbe pure se tutto quello che aspetto che passi, alla fine passasse davvero.”

Cacio è un professore di educazione artistica presso una  scuola media,  conduce un’esistenza tranquilla insieme al figlio Pitore, che ha la disfasia di Wernicke e parla una lingua tutta sua. Nella sua vita c’è però un segreto legato a Ilaria, ex brigatista in carcere, che lo coinvolge da vicino, e che vorrebbe rivelare se non fosse che nessuno gli chiede alcunchè.

La storia, come anticipato, si compie ad Ardenza Mare, città famosa per il mare, appunto, che domina rispetto al paese, e per le parole, parole dovunque… finché non arriva la libecciata, e allora sfuggono in aria come  palloncini o  bolle di sapone.

E i personaggi che vivono ad Ardenza Mare:il signor Cesare, affabulatore sapiente situato fuori dal cimitero, Calindri, che nella sua cartoleria ha la soluzione ad ogni problema tra cui l’evidenziatore dei sentimenti e le gomme per cancellare i difetti, Basenko, che tutto l’anno affetta salumi in bermuda, Carlina che va in giro ponendo domande esistenziali come “cos’è la felicità?“, e Boris, che, caustico, risponde: “toh.. d’altronde..

E poi ci sono Matelda, Azedine, la tigre Mirtilla, il mago Wetryk.

E la cosa meravigliosa, è che questa galleria di personaggi strambi e “mancanti” in un luogo come Ardenza Mare, e ad un uomo come Cacio, non creano problemi, anzi..

Il tratto sovversivo del libro a mio parere sta proprio nel sovvertire il comune senso di normalità, creando un mondo surreale più umano di quello in cui viviamo. Un mondo in cui conta l’immaginazione, in cui si apprezza la semplicità, dove non si giudica malignamente, dove abitano la tenerezza e la gentilezza.

E così ad esempio il fatto che Pitore non parli, o meglio dica dei vocaboli incomprensibili, non è un problema: “e allora continuo a sentirmi a disagio di fronte alle parole. Non a quelle di Pitore che mi sembrano innocenti, giuste. Ma di fronte alle nostre… Lí da Azedine ci si rende conto che le parole avranno sì una qualche utilità per chi le pronuncia, ma per sentirsi capiti basta un silenzio giusto.”

Allo stesso modo Ilaria non è più un’ex brigatista, ma diventa un’astronauta, che va cercare nello spazio stelline per la minestrina del suo bambino. Le situazioni diventano dipinti famosi: “i contadini” di Millet, “las Meninas” di Velasquez o la tempesta di Giorgione.

Un libro che rende felici, credetemi: “e mentre camminiamo insieme verso casa, Calindri mi augura la buonasera, io stringo la mano di Pitore e sono felice” è un attimo, un bagliore, e te ne accorgi quando è già passato. A me va bene così, per carità: una felicità improvvisa, momentanea, come viene viene. Sarebbe da egoisti volerne di più, o volerla tutta per sé. Ebbene sì: a volte sono felice e non mi sento in colpa ad ammetterlo.”

Vorrei partire per Ardenza Mare, fare il gioco dei manifesti, guardare il mare ad Antignano al posto di assumere ansiolitici,”abbracciare bambini e adulti, anche se gli adulti temono gli abbracci“, salutare Cacio, vedere le finestrine blu negli occhi di Pitore, e accarezzare la vita.

Proprio una carezza questa storia, non può che fare bene.